mercoledì 27 giugno 2007

Il Presidente non è Ponzio Pilato



Spartacus

Il presidente Giorgio napolitano Siamo rimasti sconcertati dal contenuto afferente ad un titolo invitante visto ieri su un quotidiano sardo che a Cagliari viene dato in omaggio dopo una decisione giudiziaria. Il coraggioso, ma improprio, titolo recitava “Ponzio Pilato è ancora fra noi” ed un’occhiello –mirato- anticipava lo schieramento dell’intervento che riprendeva un argomento già oggetto d’interesse di questo blog: il generale di CdA E.I Speciale. L’autore, operando una “macedonia” costituzionale ed istituzionale frammischiava funzioni e sorti di un Presidente del consiglio con l’autonomia di un viceministro con delega e la funzione del Capo dello Stato, rappresentante dell’unità nazionale, con quelle di dittatorello di quarto ordine “capo assoluto delle forze armate”.
Il tutto condito dall’insolenza di accusare il nostro Presidente di non conoscere affatto la Costituzione, o forse- in considerazione dell’età- di non ricordarla più a memoria. Nihil novi sub sole, si diceva quando si studiava di più e si cazzeggiava di meno, ma tant’è, l’articolo 21 consente questo ed altro.
Quello che lascia perplessi è il fatto che, avendo noi reagito all’insulto ed avendo interessato il quotidiano ed un suo giornalista per la pubblicazione di una sorta di smentita (a meno che il giornale non se l’ aspetti dal Quirinale, ma sarebbe troppo) con fax ed e-mail urgenti ed a giro di posta, il quotidiano non abbia sentito il dovere di puntualizzare che la Costituzione ed il signor Loi avevano ed hanno ben pochi punti di convergenza.
Dicevamo infatti:
“Alla redazione de il SARDEGNA -fax. 070 6650210
To: lettori@gds.sm
Sent: Monday, June 25, 2007 12:58 PM
Subject: Non Ponzio Pilato, ma custode della Costituzione
Carissimi,
vorrei fare, col vostro aiuto, una precisazione che smentisca le accuse al Presidente della Repubblica
Non Ponzio Pilato, ma custode della Costituzione
Non ce ne voglia il signor Egidio Loi di Villaputzu, ma ci pare faccia una leggera confusione a proposito della Guardia di finanza e del Capo dello Stato come “comandante assoluto delle forze armate”. Lo rimandiamo –per quest’ultima parte- all’art.87 della Costituzione il cui studio approfondito lo renderebbe conscio che detto comando è meramente formale al contrario di quello di Presidente del Consiglio Supremo di Difesa al quale però il Comandante della guardia di Finanza non è ammesso (né invitato a differenza dei CC.S.M), mentre vi partecipa, di diritto, il suo superiore diretto che è il Ministro del tesoro e dell’economia.
Il comandante della GdF, di nomina politica, proviene dai generali di corpo d’armata dell’ E.I. , ed è revocabile dal Ministro del tesoro e dell’Economia o da chi per lui ne ha la delega.
Bene ha fatto quindi il presidente Napolitano a non interferire con l’azione di Governo, al quale è affidata de facto, anche la vera e propria gestione dello stato di guerra (o delle missioni militari) che il Presidente della Repubblica dichiara “dopo” l’approvazione delle Camere.
La guardia di Finanza, pur sottoposta al regolamento di disciplina militare, è di fatto un organo di polizia come si recita sul suo sito stesso vale a dire: la missione della Guardia di Finanza è Forza di polizia a competenza generale su tutta la materia economica e finanziaria.
Ci viene il sospetto che l’inconsulto peana per Speciale, sia solo uno “speciale” attacco al Presidente Napolitano, che non è Ponzio Pilato, ma ancora una volta Garante della Costituzione che conosce meglio di tanti altri.
Vincenzo A. Romano
070497605”
Ma al giornale, forse erano ancora sotto lo stupore di quanto in Italia contino le Sette sataniche. Ad Meliora.

martedì 19 giugno 2007

Libertà vo' cercando...


Quando la libertà d’informazione diventa un optional del Potere
Il Censore
Le trascrizioni delle telefonate di D’Alema seguite quasi a ruota dalle confessioni di Ricucci su Berlusconi hanno fatto gridare da entrambe le parti, e ciascuna per la propria, al complotto. Complotto contro la politica, non i politicanti, si badi bene, e ciascuno per se’ in una nuova “bicamerale antigiornalistica” perché a pagare hanno da essere non coloro che si trovano –per assolutissimi meriti propri- al centro di vicende a dir poco non cristalline; no a pagare devono essere quelli che riferiscono i fatti.
Perché si tratta di fatti anche se per esemplificazione “il Giornale” (di famiglia) aveva aggiunto ai fatti parecchi carichi da novanta fra illazioni, commenti e sberleffi.
Tutto il centro destra ha crocifisso D’Alema e Fassino con un Consorte in secondo piano e, per soprammercato ci ha infilato Prodi che’ tanto non guasta.
L’obiettivo della reazione dei DS questa volta, immemori di avere molti magistrati nelle loro fila, sono stati anche i magistrati oltre –naturalmente- i giornali e comunque tutti i mass-media nelle loro varie e molteplici articolazioni.
Non era finita la bufera anti-DS che ti appare Ricucci, il redivivo, a sparare contro il cavaliere che sarebbe stato regista od informato di varie “cosette” dello stesso Ricucci ed addirittura partecipe attivo della scalata alla Rizzoli-Corriere della Sera.
La sinistra tira un sospiro di sollievo mentre obici e batterie del centro destra, fatta l’inversione a centottanta gradi, sparano bordate sul fellone e sulla stampa complottarda.
Risultato: Mastella ed i mastelliani (leggi tutti coloro cui l’ informazione sta come fumo negli occhi) si mettono di lena ad accelerare la legge bavaglio.
Un poco il ripetersi della favola del Lupo e l’ Agnello: c’è chi sta sopra ed è prepotente ed infingardo e c’è chi sta sotto.
Ci sarà sempre qualcuno che riuscirà a dire che l’acqua sporca non scende dall’alto verso il basso, ma risale: come i salmoni in amore.
E’ lo sport preferito del potere. Nascondere marachelle ed incapacità proprie o sotto un complotto della magistratura o fra quei nuovi anarchici che sono i giornalisti, meglio se indipendenti.
A tutti i livelli si ricorre alla tesi del complotto.
“Dici questo non perchè sia vero, ma perché sei mio nemico”.
Le tesi di Carl Schmitt sulla teoria dell amico/nemico si dimostrano, in tempi di insofferenza democratica buoni anche per mantenere sano ed intatto il loro “volksgeist” o spirito del popolo di cui essi, naturalmente e perché eletti si sentono gli unici interpreti..
E la coscienza si mette in pace. Il potere continua a tessere reti a bavagli, accende processi i cui imputati non sono ladri, corrotti e faccendieri o funzionari incapaci, ma coloro che queste “marachelle” le mettono in piazza. Perché in Italia si sa, ma non si dice. Come quella canzoncina che andava di moda nel passato ventennio.

sabato 9 giugno 2007

Romano Prodi : tiro al piccione

Da Confindustria a Rutelli e fette dei DS
Perchè Romano dà fastidio ai poteri forti?
Vincenzo A. Romano
L’ultima sparata contro il Governo di cui fa parte è del bel tenebroso Rutelli che, dopo avere gigioneggiato l’altra sera a Ballarò, mentre avrebbe dovuto difendere perinde ac cadaver il governo di cui fa parte, non si perita, al contrario, di attaccarlo ogni giorno come nell’uscita fatta ieri contro il provvedimento riguardante gli accertamenti per area di settore, altro passo verso una equità fiscale, lotta all’evasione e possibilità di una conseguente distribuzione del reddito.
Cicciobbello sapeva, o almeno avrebbe dovuto sapere, che un tale tipo di indagine fiscale non è obbligatoria in quanto chi non vi aderisce continua per la sua strada ed è soggetto (sarebbe meglio dire probabilmente soggetto vista l’esiguità dei controllori) ai normali accertamenti cui sono esposti tutti i cittadini compresi quelli a reddito fisso, ma evidentemente doveva raggiungere due scopi.
Farsi bello di fronte ai commercianti e piccoli industriali del nord che comunque non lo voteranno mai perché –nel caso- tornerebbero a votare i partiti veramente vicini alla vecchia DC.
Dare un’altra spallata a Prodi non si sa, a questo punto, se perché speri di diventare il capo del fantomatico PD prossimo (s)venturo oppure perché sia davvero allettato dall’idea di un governissimo con Casini e tutti i rimanenti brandelli del Centrodestra -che ci stessero- in modo da aprirsi la strada di Palazzo Chigi.
Assistiamo, da Montezemolo a Berlusconi, passando per tutti i gradi istituzionali ed extra istituzionali ad un tiro al piccione che ha come bersaglio Prodi e ci azzardiamo a dare alcune risposte.
In questo governo, come in quello inopinatamente e disgraziatamente fatto cadere da Bertinotti, Romano Prodi è l’unica persona che sia contemporaneamente: politico, economista e servitore dello stato.
E’ quello che noi chiamiamo “l’unico presidente del consiglio possibile in questa indescrivibile situazione”.
Che sia un politico non è messo in discussione perché ha dimostrato di avere assimilato la lezione classica secondo la quale “la politica non è una guerra fra nemici, ma un orizzonte in cui le società si devono misurare accettando un confronto che ha per posta lo sviluppo”.
Lo ha fatto nel precedente governo (che ai Comunisti è costato una scissione), lo ha fatto in Europa da Commissario in un momento delicatissimo che ha visto l’11 settembre e l’ autoisolamento Americano contemporaneamente all’allargamento dell’Unione.
Lo sta facendo adesso temperando il rigido liberalismo di Padoa Schioppa con le sacrosante richieste di un paziente Diliberto. Che sia un economista –fra l’ altro vicino alla piccola impresa di cui fu teorico ed artefice durante la crescita dell’economia- ce lo dimostra cercando di riportare a galla un poco di sana economia keynesiana tesa allo sviluppo nella massima occupazione dopo i bagordi dell’ iper-liberismo berlusconiano ed i conti truccati di Tremonti.
Ce lo conferma –e per questo è continuo bersaglio di Confindustria e dei poteri forti in genere- cercando di riportare un poco di Stato in una economia corrotta da finanzieri ladri , dalle false liberalizzazioni e dalle privatizzazioni indecenti. Cercando di accorpare banche da una parte e sguinzagliando dall’altra Bersani perché le inglobi in regole certe. Utilizzando Di Pietro come una sferza contro gli appalti allegri e cercando vie diverse per realizzare grandi opere contestatissime, talvolta a priori, da ecologisti di professione ed ascoltando di contro quelli che hanno veramente interesse ad uno sviluppo compatibile.
Che sia un servitore dello stato, del tipo di quelli che la Francia si crea con apposite scuole, pare sia di evidenza indiscutibile se proprio i nemici acerrimi lo chiamano con un epiteto che altrove è vanto ed in Italia scherno: grand commis.
Può un uomo del genere, amato come un parroco di campagna e che si è preso da solo quattro milioni di voti alle primarie, piacere a politici ignoranti e posticci ed industriali arruffoni?
Certamente no.
Perché tenta di mettere ordine, come un buon padre di famiglia, in una famiglia sgangherata, sguaiata e piena di debiti che non vuole rinunciare al tenore di vita fasullo che si era creata.
Noi questo lo abbiamo capito ed è per questo che non si tira la corda, ma si discute, si chiede e si rinuncia, si richiede e si ottiene una parte, si fa politica compatibilmente coi pochi stracci che sono rimasti dopo che la destra si è venduta i gioielli di famiglia ed indebitata sino allo stremo.
Ma gente come Rutelli pare non capire, e forse non capisce, tutto questo perché magari dopodomani se non domani è pronta a fare il grande centro dove tutti rimangono a galla e chi non ce la fa si fotta.
Berlusconi dal canto suo fa il suo mestiere; è vecchio e teme che gli scappi l’ultima occasione. Altro che Vittoria Brambilla il posto non lo molla ed ieri lo ha confermato rimproverando Casini (tornato agli equilibrismi della Balena Bianca) di non stargli appresso.
Montezemolo deve, per compito istituzionale, chiedere e richiedere qualunque sia il governo ed almeno non lo fa con la protervia che usava Costa. I rappresentanti degli industriali –piccoli o grandi che siano- chiedono perché sono abituati a farlo.
I sindacati ed i pochi partiti ancora seri: contrattano come dovrebbero fare tutti.
Ma è più facile fare il tiro al piccione; qualche volta si fa centro e comunque si rimane a galla anche alla presidenza di un partito che manda le proprie tessere a casa, anche a chi è iscritto ai Comunisti Italiani.

mercoledì 6 giugno 2007

Amministrative di Primavera :un giudizio politico

Generalità
Va posto in premessa che quanto verificatosi nei comuni ( e province) interessati in campo nazionale ha varie cause di attribuzione che non differiscono molto da quanto è accaduto nell’Isola come conseguenza del comportamento generale delle forze di governo nazionale cui aggiungiamo il messaggio fortemente in chiave “anticomunista” gestito (ossessivamente, ma con frasi “date per certe” -quasi dati di fatto- (le cose vanno male per la cattiva influenza dei comunisti al governo) dall’opposizione e dalla insofferenza verso la “sinistra radicale” che è stata portata anche all’interno della coalizione di maggioranza; dal potere confindustriale (comunisti per la statalizzazione e contro il mercato libero) ; dal potere della gerarchia ecclesiastica (la sinistra radicale sfascia la famiglia) tutto questo con il contorno dei mezzi di comunicazione di massa.
Fattori decisivi risultano:

  1. Aumento , e comunque sensazione diffusa, di prelievo fiscale ed aumento delle tariffe;
  2. Indecisione del governo in favore delle classi meno agiate, o contrarietà a diminuire il disagio;
  3. Scalone pensionistico ed attacco alle pensioni;
  4. Mancanza di ricadute apprezzabili sulle famiglie;
  5. Rinnovo rimandato dei contratti;
  6. Cuneo fiscale a favore della industria;
  7. Trattamento del TFR presentato male, percepito come “rapina ed insicurezza per il futuro”;
  8. Vasta “illegalità diffusa”
  9. Insicurezza sociale

I motivi di mancata risposta nell’Isola

  1. Organizzativi in quanto vaste zone , anche se piccoli paesi, sono state trascurate sino all’assurdo della non presentazione di lista (nemmeno con altre forze di sinistra o IDV) nella città di Olbia. La convinzione che la città sarebbe comunque andata al centrodestra non è motivo per il disimpegno totale.
  2. La mancanza di una struttura di quadri dirigenti ed intermedi, coesi nella disciplina di partito, preparati sotto il punto di vista del coordinamento e dottrinale , ma l’esistenza di una serie di strutture provinciali in competizione o disinteressate alla interconnessione hanno pesato su tutta la macchina organizzativa che non è partita come tale, ma è rimasta frammentata, inoperosa, impreparata.
  3. Congressi federali autonomi, privi di dialogo fra gli stessi, monadi inaccessibili ed impermeabili non hanno favorito la discussione del problema dell’Isola nel suo complesso, ma si sono presentati come tessere separate di un mosaico privo di disegno.
  4. Litigiosità o desiderio di supremazia di talune sezioni hanno portato disorganizzazione all’interno di una stessa organizzazione provinciale.
  5. La neonata federazione di Gallura è rimasta, per l’impossibilità di uno sviluppo adeguato, quasi inoperosa sotto il profilo della propaganda e dell’organizzazione.
  6. La federazione di Cagliari, sottoposta ad eccessiva pressione e intenta alla propria organizzazione (non si parla nemmeno di riorganizzazione) ha potuto agire al 25 % delle proprie potenzialità, con scarsi mezzi, e si è ripresa solo dopo il congresso senza raggiungere tutta l’efficienza che si era proposta e che è stata raggiunta peraltro solo dopo i Congressi Regionale e nazionale. Quattro cinque persone hanno provveduto alla vera organizzazione con insufficienza di mezzi, finanziamenti e materiale di propaganda di alto impatto, ma ha raggiunto –al confronto- risultati validi (Selargius per esempio 2% con + 0.4% e senza IDV che da sola ha raggiunto il 2,6%).
  7. La vicenda della Federazione di Oristano (un triplo cambio in pochi mesi) ha portato ad una perdita secca che al momento si valuta di circa – 0,6% rispetto al basso livello del 2002 {era lo 0.8% oggi è lo 0.2%} ed impronunciabile rispetto alle politiche.
  8. Niente si può dire delle altre organizzazioni provinciali per mancanza di informazioni. Un caso ancora particolare è quello costituito dalla Federazione di Sassari, neonata, ma che aveva il pur grosso impegno di Alghero che pure, aveva raggiunto –con la coalizione PRC-PDCI- un 30 % di apprezzamento nelle primarie (seppure della sola Unione) che avrebbe fatto sperare ancora di più sebbene un incremento dello 0.3 % sia stato egualmente raggiunto.
  1. Dirigenziali
  2. Mancando un vero potere decisionale della Commissione regionale, la cui segreteria è stata via via cooptata a seconda delle esigenze organizzative del caso per caso è mancata la stesura di una direttiva politica comune per cui il documento Congressuale ha fotografato l’esistente senza potere dare (ricordiamo gli affanni pre-congressuali e congressuali) una linea politica forte unitaria condivisa e tecnicamente articolata per materie di interesse, azione, proposta e programmazione.
  3. Sono mancati quadri validi a tutti i livelli : sezione, federazione e FGCI. La loro mancante, o scarsa, preparazione tecnico-politico-organizzativa si è ripercossa negativamente sugli iscritti che hanno agito sotto la spinta di singole persone, dirigenti ed anche simpatizzanti.
  4. La formazione politica specialistica è assente.
  5. Vi supplisce –anche se in contrasto con le direttive nazionali- la partecipazione e buona volontà di quadri intermedi provenienti dal sindacato, volenterosi , ma che applicano quella visione, quelle metodologie, quella impalcatura intellettuale.
  6. La formazione politica dei giovani è inesistente, quella degli intermedi soffre, nel migliore dei casi, di analfabetismo di ritorno.
  1. Politici e rappresentanti istituzionali di livello nazionale (Parlamentari, sottosegretari, tecnici d’area)
  2. Sono mancati nel momento cruciale sia come “autorità”, sia come “preparazione e competenza” sia come “stimolo di galvanizzazione e cattura del consenso”.
  3. La penuria di fondi, almeno in qualche sezione (ricordiamo che in 4 comuni della Federazione di Cagliari si è andati al voto senza una sezione locale e/o un radicamento nel territorio), ha reso nulla la propaganda di massa (furgoni con manifesti che circolassero nei paesi), scarsa quella dell’ attacchinaggio, affidata alla buona volontà dei singoli quella della preparazione di incontri, manifestini, volantinaggio.
  1. Conclusioni
    1. Lo scollamento generale di cui sopra, la mancanza di un gruppo dirigente aperto a tutti, l’assenza di politici nazionali, il fatto di avere trascurato molti paesi e paesetti (nei quali si è dunque rimandato il radicamento o la stessa creazione di un “referente” ) sono tutte azioni (o non azioni) che hanno impedito che il Partito si mostrasse, uscisse per le strade, si facesse conoscere fra il pubblico, i lavoratori, i pensionati ed i giovani, precari, in nero o disoccupati.
    1. Un ripensamento di tutta l’ organizzazione è indispensabile (la provincia di Cagliari si è comunque dotata di un progetto e di un nocciolo direttivo che procederà a ripensare la politica –a livello provinciale- del territorio), ma essa manca di mezzi, di personale politicamente e tecnicamente qualificato o disponibile a continuare a lavorare senza una visione organica del partito nella Regione, di una politica regionale che sviluppi i maggiori punti del programma nazionale, di una base per poi sviluppare un’azione decentrata, localizzata sul territorio, ma comunque comune a tutte le otto organizzazioni provinciali.
      Problema FGCI: si dovrà ripensare la struttura con un irrimandabile corso di qualificazione quadri, una riogarnizzazione e ricompattazione di tutti i giovani iscritti, un aumento del tesseramento.
    1. L’ organizzazione provinciale di Cagliari deve porsi come obiettivo la creazione di una Federazione metropolitana creando sezioni (aiuto e finanziamento del Nazionale e degli eletti nelle istituzioni ) almeno nei paesi dove si è votato ed ottenuto consensi.
    1. Richiamo a “tutti gli eletti nelle istituzioni” o percepenti emolumenti in base a nomine di partito alle contribuzioni previste ed alla attuazione rigida dello statuto (oggi su 5 unità aventi queste caratteristiche si ha il solo versamento regolare dell’Assessore provinciale SE&O)).

Cagliari 29 maggio 2007

martedì 22 maggio 2007


Meglio un libro che cento…caffè

Vincenzo A. Romano

La prima volta che mi accostai al Don Chisciotte di Pierre Menard ero assolutamente ignaro, ma ciò dipendeva comunque dal fatto che il volume non fosse rilegato ma disordinatamente squinternato, che si trattasse non dell’inizio del romanzo bensì dell’ incipit di un frammento del IX capitolo che in seguito potei completare solo con altri brandelli del dodicesimo e del trentottesimo.
Una lettura incompleta, lontana dalle reminiscenze del Cervantes, ma che mi aveva rapito.
Diversa e traumatizzante, di contro, la lettura del volume di Ray Bradbury Fahrenheit 451 con le sue squadre di pompieri iconoclasti ossessivamente impegnati a distruggere tutto il sapere scritto (Orwell in 1984 si occuperà di quello televisivo) in cui il Milite Guy Montag rimane l’ultimo epigono di una cultura destinata ad estinguersi nell’ignoranza, concausa della distruzione nucleare.
Ogni volta vado, con l’immaginazione, alla notte dei roghi dei libri , quel 10 maggio del 1933 ad opera dei nazisti e mi torna alla mente una copia tedesca ( o viennese) la cui copertina, era il Die Blendung di Canetti (L’accecamento , in italiano: Auto da fè) “con il professor Kien che ride così forte,come non ha mai riso in tutta la sua vita, mentre il fuoco, di un rosso non vistoso sul fondo avana, avvolge lui e i suoi libri, e sale fino a lambire il nome dell’autore sotto il titolo leggermente incurvato, come sospinto verso l’alto dall’aria calda. La firma “Kubin” è ben leggibile sulla destra, parallela alle fiamme che si alzano dai dorsi di alcuni volumi massicci.”
Per questo non mi piace, eppure amo e ho sempre amato Olmi, quando conclude il suo percorso con una frase che non riesco a comprendere, nemmeno nel suo supposto paradosso. Perché non è vero e non credo che “tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico”.
Nella sua impossibilità reale amo la Biblioteca di Babele col suo numero indefinito e forse finito di gallerie esagonali, i vasti pozzi di ventilazione, le basse balaustre di protezione.
Amo la Biblioteca di Alessandria col suo mito di settecentomila rotoli, un immenso sapere arso, come è destino dei libri, in una notte di sciagura.
Immagino Calvino, intento al suo Se una notte d’inverno un cacciatore, darsi licenza e dedicare un capitolo al romanzo del poeta cimmero Ukko Ahti “Sporgendosi dalla costa scoscesa”.
E’ la fantasia che corre ad inseguire libri scritti, pensati, iniziati o incompiuti; un mondo impagabile per l’uomo da quando Cadmo ed Armonia ci fecero l’impareggiabile dono dell’alfabeto.
Immagino, vedo e risolvo con un don Isidro cieco e sul fondo di una cella i casi polizieschi che gli assegnano la fantasia di Borges , un altro cieco ma curatore di biblioteche, e Bioy Casares.
Nessuno aveva pensato, fra i folli inventori di romanzi polizieschi, un investigatore cieco e rinchiuso in un carcere; ma don Isidro ha il dono supremo della mente che vede dove gli occhi non arrivano e le informazioni sono pettegolezzi riferiti da uomini distratti.
Per questo non polemizzo sui libri inchiodati, ma fluttuo fra quelli che sono e quelli che sarebbero potuti essere, che vivono in quanto e solo perché qualcuno li ha pensati. E me ne basta uno solo in luogo di tutti i caffè del mondo.

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Naturalmente , a parte il volume di Bradbury, si tratta libri che esistono solo perché se ne parla in altri libri. Sono libri inventati, libri immaginati, libri che nessuna biblioteca o libreria, seppur raffinata, esporrà mai.
Libri, in definitiva che mai furono stampati.
Così Il “Don Chisciotte” di Pierre Menard di cui parla Jorge Luis Borges in “Fictiones”; il romanzo del poeta cimmero Ukko Ahti: “Sporgendosi dalla costa scoscesa”, inventato da Italo Calvino che gli dedica un capitolo del suo: “Se una notte d`inverno un viaggiatore”.
Così sono pensati, soltanto pensati, sia The Anglo-american Cyclopaedia (New York 1917) che l’articolo su Uqbar e sui suoi abominevoli specchi, trovato per caso -su ulteriori quattro pagine della famosa Cyclopaedia- da Bioy Casares sul XLVI volume della Anglo-american Cyclopaedia, che aveva, a differenza degli altri non 917 pagine, ma 921: quelle appunto che contenevano la storia di Uqbar. (V.A.R.)


mercoledì 31 gennaio 2007

Il PD e il tentativo di spazzare via la Sinistra


Per capire plasticamente che cosa intenda Oliviero Diliberto quando insiste sulla “diversità” dei Comunisti Italiani bisogna avere visto i brani che la notte del 30 gennaio “Primo Piano” ha trasmesso, su RAI3, col balletto di salamelecchi, occhiatine, e melenserie fra il sindaco di Roma Walter Veltroni –il kennediano del i care- ed il tosto ammiratore di John Wayne Gianfranco Fini. Scomparivano nel duetto, il padrone di casa Alemanno rincantucciato per permettere l’incontro di sguardi ed ammiccamenti, il serioso Chiti ed il marginale Beppe (Pisanu naturalmente). Si trattavano i destini d’Italia in uno scambio di cortesie fra un sindaco mai stato comunista ed un ex vicepresidente del consiglio che ambirebbe non essere mai stato fascista. Pare che l’Italia virtuale, quella lontana dal popolo dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, dei poveri insomma debba prendere il sopravvento. In vista di un futuro Partito Democratico (all’americana per intenderci) per la cui leadership il sindaco pare stia facendo il vuoto attorno a Massimo D’Alema, si fanno le prove di convergenza e guai a chiamarle inciucio ed i progetti per spazzare via la Sinistra dalla politica italiana. Non basta; è il diessino Chiti, che lancia le bordate più pericolose, per noi che abbiamo difeso la Costituzione democratica, antifascista e repubblicana, perché mentre parla di eliminare il “porcellum elettorale”, vuole anche «singole innovazioni costituzionali» come “il potere di revoca dei ministri” o “la riduzione dei parlamentari” e chissà che non rispolveri il senato federale, tanto per inglobare la Lega, e leggi fatte dal governo invece che dal parlamento.Di soppiatto poi, spunta il doppio turno; non di collegio, per carità, ma come quello usato attualmente nei comuni tanto per non far arrabbiare subito i “cespugli” che si potrebbero, bontà loro, rafforzare alleandosi in seconda battuta.Un disegno astuto, che viene da lontano, ma propinato a piccoli avvelenati bocconi. Prima il “Partito democratico” che eroderebbe la sinistra DS, poi la legge a doppio turno mascherato che eliminerebbe il resto dei partiti della Sinistra e poi il cambio della Costituzione in senso presidenzialista. Il gioco è semplice: nessuno potrebbe più parlare di eversione gelliana perché gli attori questa volta sarebbero tutti dei veri “democratici”.C’è un modo per contrastare questa deriva populista, illiberale e minata dall’acquiescenza ai dettati del cattolicesimo più integralista che già pervade la maggior parte della Margherita (l’altro asse del PD) ?Noi pensiamo che esista.Non si tratta di raccogliere i cocci dei DS che non vogliono morire democristiani, e nemmeno di illuderci che una massa di delusi chieda di iscriversi al Partiro dei Comunisti Italiani, la soluzione è diversa e gia perseguita, sinora inutilmente, dal PdCI :quella della federazione dei partiti che si vogliono ancora chiamare (e restare) di sinistra per difendere i valori fondanti che un secolo fa portarono alla nascita del socialismo e del comunismo.Il binomio “unità e diversità” che è stato ampiamente illustrato nelle ultime relazioni ai CC del PdCI dal segretario nazionale (in allegato si possono leggere gli interventi integrali) è una garanzia per noi e per i futuri partiti o forme politiche che vogliano mantenere integra la matrice di sinistra. Perché unità della sinistra non significa fusione di partiti e nemmeno scomposizione e riaggregazione, piuttosto federazione nella quale ognuno mantiene la propria identità e le diversità che lo caratterizzano per tradizione, comportamento retaggi storici e culturali, matrici ideologiche.C’è un punto che può invece accomunarci tutti ed è quello della difesa del lavoro.In una società liberista, neoconservatrice, di estrema globalizzazione economica e ricerca del profitto massimizzato, la funzione della Sinistra torna ad essere vitale per il mondo del lavoro ed in genere per le classi più deboli. Perché la lotta di classe non è un retaggio del passato ma l’unico modo di reazione alla sopraffazione delle classi sempre più dominanti e ristrette su masse crescenti sempre più sfruttate, impoverite, umiliate e spinte verso gli estremi limiti della sopravvivenza. Una sinistra per il lavoro e per il riscatto dei lavoratori. Quei lavoratori che il Partito Democratico continuerà a lasciare sempre più indifesi perché nella sua formazione e secondo le linee di azione di vertice con cui si sta sviluppando non troverà più né la forza e nemmeno l’interesse di farlo.Compito della nuova Sinistra sarà di invertire la tendenza e lo sviluppo di questo nuovo modello, ora dilagante e vincente, dello sfruttamento estremo delle risorse degli uomini e dell’ambiente naturale. Il consumo energetico sempre crescente e che questo modello favorisce oltre misura è concausa dello stato di guerra perenne che da anni ci sta mortificando e dilaniando. Le vite umane perse a milioni, ormai, nei massacri collegati alla conquista del dominio assoluto delle residuali fonti energetiche e della supremazia politico-militare non sono più tollerabili e qualcosa va fatto. E ciò che deve farsi è combattere con ogni forza disponibile per invertire l’ attuale tendenza.I comunisti non sono ormai più uno sparuto gruppo, ma hanno forze giovani, parlamentari, organizzazione e voti e non sono soli, come appena qualche anno fa, perché una base crescente e molti vertici dei DS non accettano la deriva liberista cui il loro partito sta andando incontro. Ormai è un fermento di discussione nelle sezioni e federazioni come nei circoli intellettuali. Una tendenza è ormai delineata e collima con quella che il PdCI sta portando avanti da tempo. L’idea di un partito del lavoro e del riappropriarsi del modello socialista è ormai concetto comune perché dalla base viene questa richiesta. Anni di compromessi hanno minato, insieme con la consistenza del più grosso erede del PCI anche la sua credibilità e gran parte del mondo dei lavoratori, dei precari, dei picccoli artigiani e commercianti che aveva portato quel partito a rappresentare un terzo del Paese è preda del populismo della destra perché non si sente più rappresentato; di più si sente trascurato e beffato. Coerenza quindi deve essere la parola d’ordine di tutta la sinistra che deve sopravvivere e diventare forte, più forte.La coerenza portata avanti dai Comunisti italiani ci ha premiati , in voti, iscritti, consensi e simpatie. Altri la pensano come noi e ferve un grande dibattito che ci dà speranza per il futuro.Anche con il PD la Sinistra, unita, non potrà essere spazzata via perché molti ormai non vogliono rinunciare alla lotta che ci ha sempre civilmente caratterizzati. ------------





giovedì 11 gennaio 2007

Libertà religiosa


La legge sulla libertà religiosa ha scatenato un forte scontro tra il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero ed il capo della CEI (la Conferenza episcopale italiana).
All'origine del “botta e risposta” una dichiarazione del segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Betori, lanciata ieri da agenzie e quotidiani.
«Nell'attuale quadro costituzionale - avrebbe affermato il prelato durante un'audizione presso il Parlamento Italiano - l'eguale libertà di ogni confessione non implica piena uguaglianza. Lo Stato sia prudente e non firmi troppe intese».
La pronta reazione di Ferrero non si è fatta attendere ed il ministro ha definito «oscurantista» la presa di posizione dei vescovi italiani.
Altrettanto secca la risposta della Cei che ha espresso «Stupore e sconcerto» per le «valutazioni sommarie» del ministro, considerate “un' inaccettabile forzatura politica”.
La corte costituzionale d’Oltretevere come già ci è accaduto di definirla, preferisce, evidentemente, che la Costituzione sia attuata solo nel suo articolo 7 (Patti lateranensi) e ama, anzi pretende di, sorvolare sull’articolo 8 (uguaglianza di tutte le confessioni religiose e rapporti regolati dalle varie “intese”).
Ad essere chiari la CEI pretende di dettare le leggi di attuazione della Costituzione repubblicana ed intima al ministro di limitare le intese rimanendo “stupita e sconcertata” quando Ferrero richiama proprio l’apertura dell’artcolo 7 : “Lo stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.
Che il Papa si arroghi il diritto di intervenire sulle leggi italiane e sulla loro formazione adattando Costituzione e Codici a seconda della morale cattolica già ci sembra uno sconfinamento fuori luogo, che poi lo facciano vescovi e prelati ci appare intollerabile.
Evidentemente –ed i Patti Lateranensi lo provano- alla Cei piacciono due colori: il nero delle tonache (e che altro?) ed il rosso, ma cardinalizio.
Quello ministeriale evidentemente dà fastidio.

venerdì 29 dicembre 2006

La morte di Saddam: un condono per la politica USA in Medio Oriente


Era, Saddam, un tiranno sanguinario, assassino di famigliari e nemici, sterminatore di curdi e persiani, amico e nemico degli Americani. Doveva quindi essere processato. Sin qui l’omaggio doveroso al perbenismo della massa dei media italiani; doverosa per non incappare nella scomunica infamante di filo-terrorista distribuita a mani larghe da Sergio, Paolo, Antonio e gli altri guru della autoreferenziale comunità mass-mediatica che spazza via i fatti con le opinioni.Passiamo dunque al resto.Il presidente Bush ha salutato la conferma della condanna a morte del rais con la stessa stupidità che dimostrò, e lo sappiamo grazie al documentario di Moore, nella scuola elementare in cui lo colse la notizia dell’attentato alle Torri. Troppa fretta, troppo gran senso di liberazione in quella dichiarazione del texano dagli occhi acquosi, che non è il solito rapporto confidenziale con la pena di morte, piuttosto un’esclamazione dell’animo: “…finalmente”.Si. Perché ad usare, invece, il cervello il presidente avrebbe molto da temere, per il popolo americano, dalla martirizzazione di un tiranno, come un pochino di studio della storia e le offerte di aiuto (degli aimici saudiani) ai sunniti iracheni gli avrebbero fatto da tempo capire. Mentre, sul piano personale, le cose sono a dir poco allettanti.Nonostante la pompa del Tribunale speciale, nonostante l’uccisione di tre membri del collegio di difesa del rais, nonostante le pseudopuducizie del presidente iracheno Talabani, il processo ora conclusosi in via definitiva, cosa che per Saddam rende la condanna esecutiva e senza via di scampo (la grazia non è prevista), si uccide il tiranno per bazzecole e con un processo profondamente asimmetrico, non equo ed a finale prestabilito.Ed è questo il punto che fa tirare un sospiro di sollievo a due generazioni di Bush e dei loro consiglieri ed amministratori. Non si faranno i grandi processi per i veri grandi massacri. Sul piano dei grandi numeri si processa Saddam per l’uccisione di pochi attentatori (alla sua persona) e si riseppelliscono centinaia di migliaia di curdi, persiani, kuwaitiani per i quali si pensa, ma sono solo ipotesi naturalmente, che due generazioni di Bush (assieme ai Rumsfield, Cheney ed alla cricca economico militare al governo) abbiano responsabilità pesanti di sterminio; le quali , con la morte del reo ormai improcessabile, mai più verranno ad indagine giudiziaria rimanendo nel limbo della ipocrisia per molto e molto tempo.E’ il frutto del rapporto perverso della corsa alle fonti energetiche che ha, da sempre, regolato i comportamenti, prima coloniali e poi imperiali, delle potenze occidentali nei confronti del resto del mondo ricco, ma tenuto in stato di povertà e sottosviluppo. Petrolio arabo o sudamericano, diamanti ed uranio africani, petrolio ancora in Africa sono il ghiotto boccone che l’unica potenza imperiale rimasta vuole ingoiare senza spartire con alcuno; semmai distribuire ai clientes più devoti.Primazia acquistata in anni di lotte aperte e manovre segrete che hanno armato la mano ora di questo ora di quel cane da guardia che, a delitto commesso, deve sparire come a ogni scomodo testimone è destino nelle lotte criminali.Per questo la fretta di uccidere Saddam, antico alleato ed ora testimone scomodo. Il tutto in un quadro preordinato di menzogne e disinformazione che prima lo isolassero e poi lo rendessero vulnerabile e, con l’aiuto dei media, eliminabile. Un quadro mafioso? Per nulla. Strategia da impero studiata a tavolino da professionisti che attingono ad una collaudatissima fonte : l’espansione dell’impero di Roma del quale hanno evidenziato le conquiste e minimizzato la corruzione dei metodi e la rovinosa caduta. E’ di oggi la notizia che la sentenza di morte –fortemente voluta- sarà eseguita entro il due di gennaio, un regalo a Bush -fatta da un Iraq vendicativo e fantoccio- durante l’insediamento al Congresso della maggioranza che lo ha clamorosamente bocciato e battuto.

martedì 19 dicembre 2006

Una scuola dell’obbligo, statale e per tutti


Grande partecipazione, qualificata ed interessata di operatori, politici e cittadini cui sta a cuore il problema della scuola, questo pomeriggio all’ Hotel Panorama di Cagliari dove si è a lungo dibattuto di obbligo scolastico, di scuola pubblica (statale come hanno puntualizzato molti partecipanti) e luci ed ombre che la finanziaria, appena approvata al Senato, ha proiettato su questa nostra scuola. Grandi assenti i media, che pure erano stati invitati con congruo anticipo –come ha sottolineato, durante il saluto e l’apertura dei lavori, Claudio Giorgi segretario dei Comunisti italiani promotori dell’iniziativa sotto il patrocinio del gruppo consiliare Fas-PdCI della Regione autonoma della Sardegna che era rappresentata dal Consigliere Tore Serra, autore di un lungo e dettagliato rapporto sulla scuola, le prospettive del dopo Lisbona e quelle in Sardegna, e dal presidente della commissione cultura Gian Luigi Gessa farmacologo e autorità internazionale nel campo delle tossicodipendenze.Nella relazione d' apertuta di Daniele Demurtas sono stati introdotti i temi principali che ruotano attorno all’insegnamento pubblico dopo il nubifragio Moratti (o ciclone se vogliamo ascoltare Bergonzi).Perché di un nubifragio si tratta che si è abbattuto su di una scuola già in crisi, inadatta all’evolversi della conoscenza moderna, incapace di trattenere i suoi allievi e di dare sicurezza ai suoi insegnati. Il punto è che occorre portare tutti alla scuola dell’obbligo che questo governo, con una virata significativa estende sino ai sedi anni, obbligo che Demurtas e con lui i successivi oratori vogliono protratta sino ai diciotto. Siamo lontani dalla scuola di classe, in cui solo abbienti (non importa se incapaci) possono andare avanti. Ritorna la richiesta di una scuola gratuita ed obbligatoria che metta a disposizione di tutti i libri, la conoscenza, l’arte ed il pensiero umano. Che fornisca sino ai diciotto anni gli strumenti del sapere e non stronchi all’inizio della giovinezza ogni speranza di istruzione. LA SALAIn questo senso infatti va la “descolarizzazione” dichiarata –di cui parlerà in seguito anche Bergonzi - introdotta dall’ avviamento precoce alle professioni che la Moratti e tutto il governo di centrodestra hanno preteso di introdurre in questo paese discriminando fra chi può studiare perché ha le possibilità economiche di farlo e chi invece è costretto a rinunciare perché fagocitato, per indisponibilità, dal mondo della produzione nel lavoro spesso precario, spesso in nero, molto e troppo spesso senza protezioni normative e di sicurezza.Argomenti che tratta in modo non dissimile un uomo che all’insegnamento ed alla ricerca ha dedicato una vita. Gessa stigmatizza la dispersione, il poco fornito dalla scuola di oggi all’allievo, la necessità di optare ed essere costretti al lavoro invece che allo studio, l’opulenza delle scuole non statali. Su questo discrimine insiste il professore, che separa la “sua” scuola statale ed in linea con l’articolo 34 della Costituzione repubblicana dalla generica scuola pubblica includendosi, in questo termine, ogni tipo di insegnamento aperto al pubblico. Scuola statale dunque, obbligatoria, gratuita e che fornisca a tutti i meritevoli il raggiungimento dei massimi gradi dell’istruzione. Diversamente da oggi, e qui lo studioso è sarcastico, ove per censo si hanno le vocazioni al mestiere o allo studio.Gianna Lai, del cidi (centro di iniziativa democratica degli insegnanti) offre poi una larga panoramica, sugli stessi argomenti, facendo un puntuale raffronto e critica –quando del caso- alle posizioni del ministro Fioroni, ieri a Cagliari, o della vice ministro Bastico (ospite dello stesso CIDI il 4 scorso).Anche qui luci ed ombre e vogliamo ricordare, anche se non eravamo presenti, che molte devono essere state le ombre percepite dalla Lai alla riunione col Ministro.Fioroni, è quel signore, anche se nessuno lo ha citato apertamente, colto in castagna da un giornalista a dichiarare che alla rete internet avrebbe applicato lo stesso comportamento censorio -oggi purtroppo vigente in Cina- non rendendosi conto di avere un sito (immediatamente poi chiuso) in cui era presente il maggior linkaggio pornografico del mondo occidentale.Ma naturalmente non erano questi gli argomenti di Gianna Lai come non lo sono stati quelli di Peppino Loddo intervenuto in rappresentanza della federazione dei lavoratori della conoscenza (flc-CGIL) che si è occupato di scuola come organizzazione e struttura, della necessità di abrogare la legge di riforma del centrodestra, dei tagli in finanziaria e della condizione della scuola sarda che si trova a livelli estremi nella graduatoria dei paesi europei. Il sindacalista Loddo ha affrontato i problemi della istruzione scolastica troppe volte contrapposta e sostituita dalla formazione professionale che in quest’ isola è stata anche e soprattutto spartizione di potere, pubblico denaro sottratto alla scuola statale e suo sleale concorrente. Parole chiare quelle di Loddo che però non sarebbe contrario ad una azione integrativa di questo tipo di para-istruzione in pochi programmati e determinati casi. Argomento che verrà ripreso da Maria Laura Serra insegnate e vicepreside di un istituto che su questo argomento conduce una sperimentazione (che si estende ad oltre trenta scuole) e che naturalmente ha anch’esso, come la finanziaria sempre presente nelle discussioni, luci ed ombre determinate dalla volontà dell’affermazione della scuola di stato in cui si contemperi anche un esperienza professionale (il rapporto temporale è di 5 a 1). Perché la chiusura della “formazione” che si era spinta ad allettare giovani estraniati dal normale percorso fornendo loro anche ed addirittura una licenza di scuola media inferiore problemi ne ha creati. L’asurdo insopportabile era di una scuola di formazione che inizia prima dell’ adempimento dell’obbligo scolastico minimo fornendone però i titoli . Ed il disastro è sotto gli occhi di chiunque abbia avuto contatti con questi studenti-apprendisti che rimangono a mezzo: senza istruzione e senza mestiere. Però con un pezzo di carta; che poi non servirà nemmeno all’ingresso nel precariato .Problema, questo, immenso affrontato dalla referente del comitato insegnanti precari (CIP) di Cagliari Maristella Curreli. Ci si è così introdotti in questo fluido mondo di insegnanti, laureati, preparati, vincitori di concorso ed abilitati che percorrono, taluni da venti anni, una strada infernale lastricata di apprensioni, incertezze, sedi disagiate ed insicurezza del futuro. Un mondo che dà molto alla scuola, ma che la scuola tiene in bilico, licenzia ed assume, a giugno e settembre, creando persone umane insoddisfatte vessate, sfruttate.Il problema dell’istruzione tecnica viene affrontato, in un breve, apprezzato e lucido intervento di Francesco Podda che esamina casistiche e soluzioni tecniche di una scuola che è stata stravolta e rimane in attesa di una risistemazione di programmi (e dell’ordinamento) che superi i vecchi concetti dell’istruzione a due binari : classica e tecnica perché il sapere è unico ed il progresso è si conoscenza tecnica, ma anche pensiero, evoluzione, meditazione e ricerca in cui tutto è indistinto ma ha necessità, prima della differenziazione, di basi solide, condivise, universali. A Piergiorgio Bergonzi, già senatore della repubblica, grande esperto di scuola di cui è il responsabile nazionale dei Comunisti Italiani, spetta il compito di tirare le fila del discorso e di fornire un quadro attuale ed in rapporto alla finanziaria in corso.Nel discorso di Bergonzi, che fra l’altro vediamo sinceramente impressionato per l’alto livello raggiunto nella discussione, assume pieno valore il significato di luci ed ombre fin qui più volte usato.Luci ed ombre che si proiettano sulla scuola per l’azione passata e per il poco ancor oggi previsto. Parafrasando l’uticense, Bergonzi inizia con un: “La legge Moratti deve essere abrogata” per poi passare subito alle luci della finanziaria .Le luci stanno, per prima cosa, in un segnale; il segnale della inversione di tendenza dato da questo governo ed al quale i Comunisti Italiani hanno prestato grande voce è che la scuola ridiventa obbligatoria, anche se solo sino ai sedici anni -per ora-, e che è per tutti. Un sospiro di sollievo perché non era scontato dal momento che a parere dei Comunisti Italiani sussistono troppe reticenze all’abrogazione del nubifragio e questo modello chiamato del cacciavite non ci soddisfa. Prendiamo invece atto che è stata recepita la nostra proposta contro il precariato, insiste Bergonzi, e che l’innalzamento dell’obbligo non è più un optional, ma un impegno di governo. Segno altamente positivo è anche un altro provvedimento caro al PdCI che è stato fra i primi atti compiuti; vale a dire la riforma dell’esame di maturità che con il centro destra era diventato “deflagrante e distruttivo” una “potentissima bomba, il fenomeno della “compravendita” dell’esame di maturità, del titolo di studio che esso assicura. Un fenomeno vergognoso e immorale che, se non immediatamente estirpato, rischia di compromettere definitivamente ogni credibilità non solo dell’esame di maturità ma dell’intera scuola italiana”. Così si esprimeva e si esprime Bergonzi che vede, insieme a tutti noi, quale segnale abbia dato il governo contro la bassezza ed il mercimonio della cultura introdotto dal precedente governo. E va avanti con un’analisi puntuale della scuola e dei provvedimenti in finanziaria, dei sogni, ma anche della proposte dei Comunisti Italiani che vedono –alla fine- uno spiraglio di riscossa e di rivalutazione della Scuola.Anche se non pronunciate aleggiano le parole con le quali Elio Vittoriani rispondeva, nell’ottobre del 1945, a Concetto Marchesi: “Sul terreno della scuola il problema fondamentale, anzi essenziale, non può essere altro che quello di fornire a tutti i mezzi della conoscenza, e rendere tutti armati, attrezzati, preparati nello stesso modo per accostarsi ai libri e alle opere d'arte, e partecipare alle ricerche della cultura. Anche nel promuovere le riforme più provvisorie non si può non tenerlo presente. Perché anche la più provvisoria riforma non dovrà essere rinnegata o smentita nel suo spirito dalle riforme che i tempi renderanno attuabili in seguito”.

mercoledì 13 dicembre 2006

Chi piange per i tiranni ?



Marcello Veneziani rimpiange che non si sia versata una lacrima per la morte di Pinochet e ne chiede conto alla Democrazia occidentale. Guarda caso proprio a quella che dovrebbe esportare la “democrazia” che Pinochet aveva distrutto.
Abbiamo avuto un senso di sgomento, oltre che ripulsa, leggendo le argomentazioni che l’intellettuale Marcello Veneziani affida alla stampa il 12 dicembre 2006.Sensazioni a pelle, forse, perché ci avevano educato ad altri valori. Qui non si tratta del tiranno che l’antica Grecia potenzialmente riconosceva come rappresentante dell’oligarchia estrema -ed infatti Dioniso allevava Archimede contro il barbaro romano-. Qui si tratta del tiranno moderno, la degenerazione della democrazia e dello stato di diritto.Fa specie che un sostenitore del law and order lamenti il legittimo senso di liberazione che, umanamente, ha percorso cittadini e cancellerie –non solo occidentali- per la scomparsa del dittatore. Perché questo fu Pinochet per un Cile che liberamente e democraticamente aveva scelto Allende quale suo rappresentante. Anche la Democrazia Cristiana cilena – allora molto vicina a quella italiana- aveva concordato che Allende fosse la soluzione.Di cosa? Di un esperimento che la scuola economica statunitense si era riservata di testare in un paese di democrazia debole, neonata, ma di grandi possibilità economiche.La scuola americana, e sarebbe bene non dimenticarlo mai, dopo il nazionalismo del tiranno che accettava ma non restituiva, riprese gli stessi esperimenti economici in Argentina con le conseguenze che sono note.Ma torniamo alle tesi di Veneziani.Sebbene tiranno, Pinochet fu il salvatore del Cile. Perché è vero che fu dittatore –e fra i più feroci a stare dalle prove di sevizie, sparizioni, uccisioni, ricatti e uccisioni dopo torture estreme- ma intervenne per salvare un paese in ginocchio, percorso da bande armate, in balia del comunismo.Il comunismo, allora per gli USA di Pinochet come oggi per i Veneziani di Guzzanti-Scaramella è la chiave di volta di ogni giustificazione a qualunque bruttura.La situazione reale del Cile –col secondo governo Allende- era tutt’altra cosa.Vi operavano tanto i partiti della Sinistra (comunisti, socialisti, socialisti estremi) e la Democrazia Cristiana . Democristiani che avevano confidenza -con quelli italiani- superiore a quella che Allende non avesse coll’URSS (casomai le frange estremiste stavano fra i socialisti).Ma cosa dimentica Veneziani? O meglio come Veneziani opera una revisione della storia cilena? Innanzitutto con la stessa giustificazione, concettuale, con cui i repubblichini sono uguali ai resistenti antinazisti ed antifascisti.Pinochet tolse la libertà, col massacro del Palazzo "de la Moneda", ma assicurò la pace sociale. Strana ed assurda giustificazione, peraltro non vera, per cui i diritti fondamentali sono barattabili con un tozzo di pane o con…una tonnellata di rame.Perché di questo si tratta.A parte il fatto che Veneziani gioca sporco anche sul piano politico rivoluzionario, ma su questo torneremo, esaminiamo cosa successe allora in Cile che sia diverso da quanto accadeva in Europa nello stesso periodo o quanto era accaduto nella stessa Italia con la nazionalizzazione della energia elettrica. Allende allora, come ora Chàvez e gli altri eletti in America del sud , voleva risollevare il proprio paese dal giogo di sfruttamento medievale che alcune multinazionali avevano imposto ai poveri dell’America del Sud. Allora un piccolo tentativo sul rame, oggi le grandi nazionalizzazioni del petrolio. Tupamaros, montoneros e senderisti che c’entrano col Cile della nazionalizzazione? E’ un miscuglio infame di richiami perché emozionale e slegato dalle tre realtà in cui nacquero quei movimenti. Sendero Luminoso inoltre andò al governo e ci è tornato a furor di popolo ed il Che liberò Cuba dalla mafia e dalla corruzione.Ma a destra questi argomenti sono bestemmie; e mentre in Italia, patria della “incertezza della pena”, essa auspica “la prigione per 21 spinelli” esecra –contestualmente- i paesi dove truffatori e riciclatori vanno in galera (certa) non diversamente di un Al Capone inquisito e condannato, nei decantati USA, con leggi e provvedimenti analoghi.Per questo azzardiamo l’ipotesi di comportamento bipolare (nel senso di schizofrenico, non politico) per cui si vorrebbe piangere il tiranno sanguinario ed esecrare l’uomo normale.Che Friedman, la politica di Reagan e anche di Kissinger, per non parlare delle manovre di CIA e AT&T -così non si scorda alcuno-, abbiano salvato il Cile o l’America del Sud è poi una bugia che sta ancor oggi davanti agli occhi di decine di migliaia di risparmiatori italiani illusi dal monetarismo che ha distrutto anche l’Argentina e la sua economia.Che poi Pinochet sia stato cacciato da libere elezioni non è un suo merito, come vorrebbe farci credere Veneziani, ma la conseguenza del suo sanguinario governo una volta maturati i tempi del tramonto di quella dittatura.Che poi lo stadio “dei desparecidos” cileni fosse un poco meno infernale del “Garage Olimpo” della dittatura argentina con molta riluttanza potremmo anche discuterlo, ma che siano rientrati –nel dopo Pinochet- molti più cileni di quanti ne fossero “andati via” è una bestemmia perché, di solito, i morti non tornano.Non vorremmo che l’impunità che l’occidente ha concesso a Pinochet, come d’altro canto ha fatto il Cile che paventava –in caso di condanna- la possibilità del ritorno di una ulteriore sanguinosa guerra civile (terrore di ogni debole democrazia), facesse davvero credere che si debba piangere Pinochet.Né il Dio degli ebrei né i grandi tragedi greci piangevano per i tiranni e nemmeno, e per fortuna, la civiltà occidentale nata dalle grandi rivoluzioni del XVIII secolo.A quando, di grazia, un pianto per il Terzo Reich?

domenica 3 dicembre 2006

Il principio di legalità e lo stato di diritto vanno sempre più affievolendosi. La protervia dell’attacco alla magistratura, definita rossa perché persegue, e solo se persegue, facoltosi imbroglioni ha attenuato e sta distruggendo il principio di legalità. La criminalità generale è in aumento; quella organizzata prospera nel silenzio dello Stato, le forze dell’ordine sono mandate allo sbaraglio con mezzi insufficienti e professionalità non adeguata. Il taglio agli stanziamenti, l’attacco alle leggi esistenti ed ai diritti costituzionali, la protervia contro gli indaganti accusati d’ideologismo ed odio verso i governanti, sono elementi che attenuano la forza dello stato di diritto ed inculcano elementi diffusi di rifiuto dell’autorità legittima e legale. Si attaccano pentiti ed intercettazioni telefoniche solo se colpiscono appartenenti al ceto dominante; si impedisce a giudici onesti di ricoprire funzioni per le quali hanno massima professionalità, si porta il paese al di fuori del controllo di legalità. La cosiddetta legge Castelli deve essere abrogata per sostituirla con una elaborata con la collaborazione della magistratura per la riforma del suo stesso funzionamento. Denunciamo lo sconvolgimento costituzionale che depotenzia lo strumento di autogoverno della magistratura tentando di sottoporne l’azione inquirente al potere esecutivo. Siamo contrari a tutta l’attuale politica giudiziaria perché essa è parte della rivoluzione della classe dominante contro il popolo sovrano.

Libera informazione


Cose rare in Italia: i diritti umani

di Vincenzo A. Romano


Una grande battaglia è in corso nel mondo. Inesorabilmente, da ormai troppo tempo, riassistiamo ad un fenomeno agghiacciante di supremazia di pochi stati e pochi uomini.
Prevaricano diritti ormai acquisiti, già dal 1789 sino a pochi anni or sono, tentano di affermare un’egemonia integralista in campo politico, militare, religioso, economico che spinge verso la privazione dei fondamentali diritti miliardi di cittadini inermi in presenza dell’assalto di una ideologia egemone e dei suoi mentori. I patti, le Costituzioni degli stati sovrani, la stessa ONU vengono attaccati, distorti, reinterpretati in nome del liberismo sfrenato, dell’ integralismo religioso, del conservatorismo estremo che tentano di portare le popolazioni e gli stati a sudditanza sociale, economica, religiosa. La caduta del comunismo e dei socialismi, che costituivano l’unico baluardo alla bramosia di potenza e sopraffazione di pochi nei confronti del resto del mondo, ha aperto una regressione dei diritti di stati e persone a così bassi livelli da essere insopportabili e disumani. La forza delle armi e del ricatto economico, unite alla collusione e strapotere di pochi, sta distorcendo un mondo che dopo la seconda guerra mondiale si era aperto alla democrazia ed ai diritti universali ed universalmente riconosciuti. Da più parti, e non da oggi, si sente nuovamente bisogno di libertà e ci si batte, ancora una volta, per la riconquista dei molti diritti perduti. Perché vengono attaccati i principi costituzionali in nome di esigenze di sicurezza che solo in parte dipendono dal terrorismo integralista a sua volta spesso generato da atti di antica e recente sopraffazione. Si sta attentando, in Italia come in molti paesi, alla privatezza della persona, della famiglia, dell’immagine, dell’agire quotidiano, del muoversi all’interno del proprio paese in un artificiale clima di paura. Nel frattempo aziende nazionali e multinazionali si impinguano con la diffusione di apparati per la sicurezza sempre più sofisticati, costosi e per lo più inutili ed i fabbricanti di armamenti rapinano ancora maggior profitto. Con il senso di insicurezza, artatamente gonfiato ed opportunamente inculcato, si portano i cittadini ad accettare norme sempre più restrittive e cogenti mentre i governanti accrescono il loro potere sulle popolazioni disorientate e premono sui diritti del lavoro,della salute e delle libertà civili. La conoscenza ridiventa un pericolo e scuole, informazione e cultura vengono controllate, manomesse e asservite. La Costituzione e le leggi creano impaccio. Si tenta, allora, di depotenziare la prima e di cambiare le altre convergendo, di pari passo, all’ asservimento dei magistrati e degli organi giurisdizionali. Le nuove forze lavoro provenienti da paesi lontani vengono criminalizzate invece che organizzate, deluse, sopraffatte, scacciate in nome di un falso credo religioso o di una supremazia culturale; in effetti perché si ha paura, profonda, che possano divenire i protagoniste di una nuova rivoluzione. L’insicurezza del Potere e la spinta al Profitto confliggono con se stesse creando una situazione mondiale di sospetto, squilibrio, voglia di egemonia e terrore di distruzione. Infernale marchingegno sostenuto da una classe intellettuale, una volta liberista o marxista, ed ora catechizzata al credo che il mondo debba essere “democratico” e “capitalista” a costo di ficcarglielo in testa con le cannoniere; sono, purtroppo gli stessi decotti e riciclati maitres a penser che si affannano a tacciare la Costituzione repubblicana di vecchio e le leggi in favore del lavoro e dei diritti fondamentali di sorpassate.. Dopo la vituperata legge sulla procreazione assistita che ha fatto strame principalmente delle donne oggi si paventa il ritorno in parlamento di due ulteriori obbrobri che chiamano riformulazione dell’aborto e revisione costituzionale. Si tratta di un altro massiccio attacco ai diritti dei cittadini. Il lavoro, già distrutto nella sua sacrosanta sicurezza dalla legge 30, subisce dalla revisione un ulteriore attacco nelle sue componenti principali come l’assistenza: riformata, e la salute: parcellizzata. La scuola uscirà ulteriormente sconvolta, oltre che dalla legge Moratti, dall’ eccessiva regionalizzazione. Il rapporto economico interregionale diverrà competitivo, con le conseguenze connesse, per l’ assistenza sociale, per quella medica, per la scuola e gli asili; per le finanze non più perequate; per gli investimenti che saranno pilotati verso le regioni più ricche. Un federalismo rovesciato che sarà disumano perché chi è ricco lo diverrà ancora di più e chi è indifeso lo sarà maggiormente; i diritti non saranno uguali per tutti, ma chi più ha più avrà. Già oggi dopo appena quattro anni di politica liberista vediamo i segni premonitori (se non avverrà il cambiamento su cui contiamo) di quanta distruzione sociale e nel campo dei diritti incombe. Le donne ne sono il segno più evidente. In ossequio ad un credo religioso, per cui la sofferenza è un bene, se n’è violata la libertà alla maternità felice, ma si fanno tagli sulla scuola, sugli asili, sui nidi d’infanzia, che pure timidamente nascevano in qualche regione; gli ospedali sono colpiti dalla crisi economica che si abbatte, le case sempre più care, il cibo, i servizi tutti sempre più inavvicinabili. Non si può trarre conforto da figli precari o disoccupati, da scuole malfunzionanti, dal rincaro delle spese o dalle difficoltà a combinare il pranzo con la cena. Vecchi senza assistenza, servizi sociali assenti, forze dell’ordine inchiodate in caserme e commissariati per mancanza di mezzi; soldati catapultati in missioni di pace dove vige,però, il codice di guerra sono tutti il quadro desolante davanti ai nostri occhi. Questo sono i diritti in Italia, mentre l’integralismo religioso, economico e politico alimenta i nostri governanti ed i loro opinionisti giulivi.